
| Madame Bovary c'est moi | |
| tratto dal romanzo omonimo di Gustave Flaubert. Stagione 2007-2008 | |
| Regia di Giancarlo Fares. Stagione 2007-2008 | |
dal 14 febbraio al 2 marzo 2008 REGIA Giancarlo Fares
con
Il romanzo, scritto tra il 1851 al '56, è considerato oggi come un esempio tipico di realismo letterario. Flaubert mira alla verosimiglianza, concentrando l'attenzione sui particolari, sugli ambienti, le atmosfere, sullo sviluppo psicologico dei personaggi. Ma in ambito teatrale il personaggio di Emma giungerà quando tutto è passato: alla stregua dei sei personaggi pirandelliani dovrà stabilire un nuovo hic et nunc con un nuovo spazio, con un tempo “altro”, con nuovi interlocutori. Ecco che allora il teatro cessa di essere teatro di repertorio e si configura come una forma di vita. Note Madame Bovary, possessiva amante di Flaubert, è l’incarnazione letteraria della mente dell’autore. Flaubert le attribuì le sue allucinazioni colorate, le vibrazioni nervose, i gesti inconsci, i torpori, le esaltazioni, le aspirazioni. Portava nella mente un lago dove ogni cosa si rifletteva e scintillava: il mormorio cercava di espandersi, la fluidità cercava di uscire dai propri confini. E ribolliva, tumultuava, come migliaia di cascate che trascinavano con sé allucinazioni e vibrazioni. Aveva bisogno di venire inondato. Quando l’inondazione mancava, si trovava annientato, “come se tutte le sorgenti fecondanti fossero rientrate in terra”, e sentiva passare, sopra di sé, “aridità innumerevoli che gli soffiavano in viso, la disperazione”. Ma l’inondazione poteva travolgerlo. “...scrivendo passavo giornate nell’illusione, completamente, e dal principio alla fine. Nel momento in cui scrivevo ero così travolto, recitavo così forte le mie frasi e sentivo così profondamente quello che provava la mia donnetta, che io stesso ho avuto paura. La testa mi girava. Non essere più se stessi, ma circolare in tutta la creazione...ho passeggiato a cavallo in una foresta, in un pomeriggio d’autunno, sotto le foglie gialle, ed ero il cavallo, le foglie, il vento, le parole che si dicevano e il sole rosso che faceva socchiudere le palpebre annegate d’amore.” Gli altri erano lui, lui era gli altri. Fin dall’inizio si scorge Emma con la fronte alla finestra. Se la vita le sembra una sola mancanza, una sola vanità e un solo disgusto, essa cerca lontano, là dove nasce e muore il sogno, là dove comincia, per non terminare mai, “l’immensità bluastra” dell’infinito. Ma i suoi occhi non si accontentano di guardare: vogliono possedere. Vuole i corpi, il lusso, il danaro, il sangue. È divorata e divora e tutto la spinge verso l’autodistruzione. Tutta l’esistenza di Emma è letteratura: i suoi sogni, i suoi amori, i corteggiamenti...e forse Emma potrebbe essere vera solo se salisse sulla scena. Nel sogno e nella parola – queste due realtà opposte – il falso corrisponde al falso, come due specchi simmetrici.Questa l’essenza dello spettacolo sapientemente interpretato da “non sono che un personaggio di romanzo, il frutto di un’immaginazione in delirio che mi ha inventato per far credere che non esisto”
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